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Aviaria, psicosi e verità.

Aumentano i casi accertati. Crollano i consumi. 
di Diego Di Giuseppe

Alla fine è arrivata. La tanto temuta influenza aviaria, riscontratasi per la prima volta in estremo oriente, qualche mese fa, è approdata nel belpaese, portandosi dietro una serie di paure, più o meno fondate. A dare il “la” ai casi di infezione da h5n1  (il nome del virus) sono stati dei cigni migrati dai paesi dell’est, per svernare nel nostri più miti territori. I casi aumentano di giorno in giorno e con loro, anche una certa psicosi che si avverte tra la gente. Come già successo in occasione del virus della “mucca pazza”, i consumi di carne hanno cominciato a crollare in maniera verticale, provocando gravi danni a tutto il mercato nazionale. Questa volta, ovviamente, sono le carni bianche ad essere incriminate e quindi scartate a priori dalla dieta giornaliera degli italiani. Come al solito però, gli eccessi, sia a livello di allarmismo, sia di disinformazione, non mancano mai. E’ bene precisare, se ce ne fosse ancora bisogno, che il virus dei polli è certo pericoloso e resistente a diverse condizioni climatiche, ma non per questo capace di infettare facilmente l’uomo, che si ciba di carne quasi prevalentemente cotta. Il virus, infatti, resiste per soli 30 minuti a 60 gradi centigradi in acqua, mentre muore del tutto a 100 gradi, dopo appena 2 minuti. Si capisce così, che la sua resistenza nei cibi cotti è pressoché nulla. Per contrarre una patologia simile a quella dell’influenza aviaria, un essere umano dovrebbe essere a stretto contatto con dei volatili, ma non solo: questo contatto risulterebbe pericoloso soltanto se avutosi su superfici infettate da sostanze organiche prodotte da questi animali (saliva, escrementi, carne cruda). Si capisce, quindi, che la probabilità di ammalarsi è molto, molto bassa per la gente comune. Coloro che rischiano di più, sono gli allevatori. Proprio per loro il Ministero della salute, sta attuando precisi controlli, per garantire la sicurezza degli allevamenti e l’igiene. Ciò che in questo caso va tenuto ben presente è che i controlli stessi, non devono esser visti come una condanna per quegli allevatori che non sono in regola. Soprattutto al sud, molti contadini, possiedono dei piccoli allevamenti mantenuti con metodi tradizionali. Molti perbenisti sostengono che è meglio sequestrare gli animali, o peggio, chiudere gli allevamenti, laddove non c’è la certezza di una completa asetticità degli ambienti. Sarebbe giusto solo nel caso di attività disoneste, finalizzate al guadagno con tutti i mezzi, anche i più illeciti. Non certo nel caso di quegli allevatori, che dalla fatica di una vita di campagna, traggono il proprio sostentamento.

Al governo il compito di controllare, senza pregiudizi, le suddette attività e di garantire il sostegno economico a chi ne risulterà danneggiato; all’informazione, di non suscitare allarmismi gratuiti, solo per fare scalpore; a noi, di non farci prendere da suggestioni apocalittiche e cercare, sempre, di informarsi nel modo più completo possibile.

Emozioni  sotto zero.

Cala il sipario sulle Olimpiadi di Torino.
di Diego Di Giuseppe. 

Domenica 26 febbraio. Con la cerimonia di chiusura serale, termina Torino 2006. Il bianco delle piste da sci, del pattinaggio, dell’hockey e del curling, che ci ha regalato caldissime emozioni, pur nel freddo dell’inverno italiano, ci saluta e porta con sé avvenimenti che già fanno storia. Tante le soddisfazioni; altrettante le delusioni. Lo sport è parte della natura umana. E l’uomo non è una macchina. Pur nella sua abnegazione, nella capacità di eccellere nel corpo e nella mente, l’uomo stesso è attraversato da sentimenti, più o meno forti, che a volte lo spingono oltre ostacoli all’apparenza insormontabili, altre volte rendono questi stessi ostacoli ancor più impervi.

Nel caso dell’emozione che porta a grandi successi, come non citare il gigante di questi Giochi, Enrico Fabris: bronzo nei 5.000 metri, oro nei 1.500 (entrambi di pattinaggio), oro nell'inseguimento (insieme a Sanfratello - Donagrandi - Anesi). Oppure i bronzi di Pietro Piller Cottrer (premiato nella 15+15 Km inseguimento), del quartetto femminile composto da Paruzzi-S. Valbusa-Follis-Confortola nella staffetta 4x5, del doppio nello slittino uomini di Plankensteiner-Haselrieder , del bob a due donne Weissensteiner-Isacco e anche nello short track femminile (staffetta 3.000 metri) Fontana-Capurso-K. Zini-M. Zini. O ancora nelle altre soddisfazioni dorate della staffetta 4x10 Km (Valbusa, Di Centa, Piller Cottrer, Zorzi) e della 50 Km tecnica libera, ritenuta la maratona delle nevi, con l'oro di Giorgio Di Centa, senza dimenticare la prima medaglia d'oro per l'Italia arrivata dallo slittino, con la meravigliosa prestazione di Armin Zoeggeler.

Tutte stupende affermazioni, andate anche oltre previsione, alle quali, purtroppo, hanno fatto da contraltare alcune cocenti delusioni. Su tutte, quella di Giorgio Rocca nello sci e dei pattinatori Fusar Poli – Margaglio e Carolina Kostner. Esempi di come l’emozione, pur accompagnata dalla classe e dalla bravura, possa giocare brutti scherzi. Che sia una caduta a seguito di una difficile piroetta, o dopo che due sci prendono una sbandata maligna, fa poca differenza. Ciò che resta è il rammarico di essersi allenati duramente ed aver perso una grande occasione nel momento topico. Purtroppo succede. L’aspettativa, la spinta, la carica che una nazione intera ti può dare per vincere, può mostrarsi anche un pesantissimo fardello da sostenere. Solo così si possono spiegare le prestazioni di questi quattro alfieri italiani, che tante volte hanno mostrato al mondo il loro valore. A loro l’augurio di rialzarsi subito, così come hanno fatto dopo le loro cadute su una superficie, mai così gelida.

A tutti la consapevolezza di aver vissuto un altro grande momento di sport: quello scaturito dal duro lavoro, dalla concentrazione, dal sacrificio. Senza clamori eccessivi, né guadagni stratosferici. Arrivederci fra quattro anni.

 

Fair Play.
di Diego Di Giuseppe.
 

Le ultime settimane calcistiche sono state caratterizzate da influenti tensioni riguardanti la classe arbitrale. Forti dichiarazioni sono state rilasciate da numerosi giocatori in merito ad alcuni spiacevoli eventi che sfavorivano la propria squadra. In modo particolare si sono distinte le dichiarazioni del capitano della Roma, Francesco Totti, che in seguito ai numerosi errori commessi dal direttore di gara Racalbuto, ha protestato vibratamente ipotizzando addirittura un complotto. Purtroppo ciò non contribuisce a stemperare gli animi, bensì alimenta una tensione tutt’altro che agonistica. Durante la partita Juventus- Roma, non gli arbitri, ma i calciatori hanno contribuito ad incattivire gli animi , utilizzando comportamenti inammissibili. Dalle prove televisive sono saltati all’occhio interventi che meritano ben più di una semplice squalifica. Per questo, molti esponenti del mondo del calcio farebbero bene ad analizzare i propri comportamenti prima di criticare la classe arbitrale. Sarebbe meglio quindi distinguersi da un punto di vista puramente calcistico evitando di cimentarsi in vere e proprie risse da strada, soprattutto se si nota come queste polemiche contrastino con il fair-play ed il sano agonismo mostrato dalle italiane in Champions League. Speriamo, in questo weekend, di assistere a gare calcistiche degne di questo nome.

 

Febbre da Natale.

Crisi o no, l’Italia si tuffa nella mania da acquisti.
di Diego Di Giuseppe. 

Dicembre, si sa, è un mese in cui tutto viene più o meno assorbito nel caotico e magmatico universo del business natalizio. All’avvicinarsi di questa ricorrenza, di origine nientemeno che religiosa, in quasi tutto il mondo si avvia la macchina ben oliata della corsa all’acquisto. Non staremo qui a fornire la solita visione apocalittica del consumismo, né tantomeno vogliamo indurre gli italiani a riflettere su presunte abitudini sbagliate, che vanno in barba alla religiosità. Su questo si è scritto talmente tanto, da risultare comici soltanto a citarlo. Ciò che si vuole evidenziare di questo periodo dell’anno, è invece la capacità di innescare nella gente la voglia di cambiare, vuoi in senso spirituale, vuoi in senso estetico. Eh già, perché il potere che questa festa evoca, produce in tutti noi uno strano desiderio di apparire diversi in qualche modo, non importa come si realizzi questa aspirazione. Pullulano così, nella televisione e sulla stampa, tutti quei discorsi che parlano per l’ennesima volta di consumismo sfrenato, perdita del senso del Natale e, ovviamente, crisi delle vendite per i commercianti. “Gli italiani quest’anno compreranno poco o nulla…”; “Gli esercenti lamentano una scarsa affluenza nei negozi…”; “I regali si limiteranno allo stretto indispensabile…” e via discorrendo. Come al solito, nella banalità di queste argomentazioni, tutti sono sull’orlo della bancarotta, ma ognuno spende sempre e comunque. La realtà dei fatti è un’altra: tutti noi acquistiamo a Natale, più di quanto non lo facciamo durante l’anno. Per quanto si voglia dimostrare il contrario, la verità è che, in questo periodo, chiunque regala qualcosa a sé stesso, o si aspetta che qualcun altro lo faccia per lui. E’ evidente che il potere d’acquisto delle tasche degli italiani è diminuito: l’euro, per quanto abbia portato dei benefici, ha anche affinato la capacità di alcuni commercianti ad arrotondare i prezzi a proprio piacimento, soprattutto su quei beni di consumo che difficilmente si possono trascurare. Ma, certo, non si può dire che la gran parte del paese muoia di fame. Non si spiegherebbe così, la perseveranza dei costi alti di alcune merci, in quanto nessuno continua a tenere un bene a prezzi elevati, nel momento in cui ne nota una scarsa vendita. Quelli che restano con i negozi vuoti e con molti articoli invenduti, dovrebbero rivedere le loro capacità di mercanteggiare, o peggio, cambiare mestiere. Nel quadro “allarmante” che ci presentano i tiggì, nessuno tuttavia se la passa propriamente male. Gli italiani a Natale acquistano e acquisteranno ancora, per il solo fatto che, ad essere fuori dal coro, ci si sente sempre guardati con sospetto. Provate ad immaginare una qualsiasi persona che, alla domanda circa il proprio regalo di Natale, risponda di non averne fatti né di averne avuti: probabilmente sarà trattato come un appestato.

Questo quadro semiserio e a tratti grottesco riflette, ovviamente, quella che è la classe media italiana. Una percentuale, più bassa ma nemmeno trascurabile, di persone che davvero faticano ad arrivare a fine mese con uno stipendio (se ce l’hanno), esiste, ed è lì che probabilmente non troveremo regali ed acquisti sfrenati: a loro vanno i nostri più sinceri auguri, di un Natale che possa esaudire le loro preghiere e portare una vita migliore, o quantomeno con prospettive differenti. Se aspettano la solidarietà di facciata di quelli come noi (e non pensiamo, come al solito, “io sono diverso”), difficilmente la loro vita cambierà. So this is Christmas…
Buon Natale a tutti.

 

Inter, pseudo-arbitri e saluti romani.

Alla 15 ^ giornata, il primo grande crocevia del campionato.
di Diego Di Giuseppe.
 

Quasi sempre, dopo le emozioni domenicali, il calcio offre spunti di discussione importanti all’Italia sportiva per l’intera settimana. Invero, tante argomentazioni dell’universo calcistico si legano anche a ciò che di sportivo ha poco o nulla a che fare. Il quindicesimo turno appena conclusosi ha portato con sè, come mai in questo torneo, entrambe le connotazioni. Anzitutto i due elementi principali dell’ultima giornata calcistica: l’Inter che, dopo anni, vince il derby e la Juve che ringrazia e si porta a 10 punti. Neanche arrivati a fine girone d’andata, i bianconeri mettono una seria ipoteca sul tricolore. Un poker di gol e molta accademia, valgono più di mille statistiche. Tutt’altra musica nella stracittadina milanese. Un 3-2 che riporta alla vittoria i nerazzurri, dopo una serie di occasioni sprecate e tanto predominio dei cugini del Milan. Non ce ne vogliano proprio i tifosi milanisti, ma questa vittoria dei loro rivali di sempre, non può non fare piacere. Quale squadra più dell’Inter ha visto cosa vuol dire soffrire, perdere un sogno poco prima di realizzarlo, vedere lo spreco di risorse economiche che hanno portato quasi a nulla. Tanti di questi sentimenti si avvicinano a quello che si vive giorno per giorno e che, quindi, ogni uomo comune può comprendere. Certo, stiamo parlando di calcio: ma quanti sportivi lo ritengono solo un gioco? E dire che gli episodi della partita, come ogni derby che si rispetti, facevano presagire un match tutt’altro che scontato. A cominciare dal primo: l’arbitro Messina fischia un rigore, inesistente, per un presunto fallo di Nesta, che forse lo aveva subito. Segna Adriano, ma il Milan non molla. Punizione dal limite e tocco di mani in barriera. Forse involontario, ma più rigore dell’altro. Sheva sul dischetto e gol. Si va all’intervallo e nella ripresa riaffiora nell’Inter quella paura di andare sotto, che ha contraddistinto tutti gli ultimi, pericolosissimi incroci coi rossoneri. Stavolta però, gli uomini di Ancelotti non sembrano avere il pallino del gioco: poco centrocampo e una difesa traballante non fanno stare tranquilli. Si arriva così ad una punizione, per un dubbio fallo su Adriano, che va dai trenta metri. Parabola tesissima, Dida non trattiene e tap-in di Martins: 2-1 e un sogno che si materializza, dopo anni, per i nerazzurri. I minuti a seguire sono di sterile predominio del Milan, che tira poco in porta e non viene certo aiutato dalle sostituzioni di Ancelotti. Nonostante ciò, il solito, produttivo forcing rossonero colpisce ancora: Stam salta più in alto di tutti e, tra l’incredulità degli avversari, sigla un  pareggio quasi miracoloso. Tutti si aspettano che il Milan voglia fare bottino pieno ma, come in tutta la partita, l’Inter c’è. Non arretra mai e fa quello per il quale i rivali sono ormai famosi: la vittoria in extremis. Su calcio d’angolo Adriano va tra le nuvole e insacca. I sogni dei tifosi interisti diventano finalmente realtà. Questo l’epilogo di una partita emozionante, ma condizionata pesantemente dalle sviste arbitrali, bene (o meglio, male) accompagnate da altri episodi analoghi. Basti pensare al fenomenale Racalbuto che, “coadiuvato” dagli assistenti, nella partita Messina-Chievo, convalida un gol in fuorigioco per poi annullarlo dopo qualche minuto. O ancora a De Santis che, in Ascoli-Reggina non vede un rigore clamoroso e dispensa cartellini a profusione, sempre nelle occasioni sbagliate. Ricordiamo la federazione che lo stesso De Santis ci rappresenterà ai mondiali…Questo solo per ricordare alcuni degli episodi arbitrali di una giornata, a dir poco disastrosa. Per poi discostarsi dai fatti puramente sportivi, segnaliamo il siparietto di Di Canio (molto) ex premio Fair-play in Inghilterra: provocato dai “rossi” tifosi livornesi, risponde a tono con l’ormai consueto saluto romano, aizzando allo stesso modo la curva laziale. Secondo questa edificante logica, la disciplinare non dovrebbe deferirlo, ma mandargli a casa degli squadristi vestiti di nero, a dispensare una giusta dose di randellate…

Tornando a quello che è lo sport nel suo significato più proprio, rileviamo ciò che molte testate giornalistiche tendono a farci notare, in seguito ai sorteggi per il girone mondiale: Ghana, Stati Uniti e Repubblica Ceca sono avversari fortissimi e faremmo bene a tenerlo in mente. Tutto vero, se non fosse che, ciò che dovremmo davvero ricordare, è che siamo la Nazionale Italiana di calcio. Non certo gli ultimi arrivati. Ma forse questo, dovrebbero tenerlo in mente gli avversari…

 

La RAI scopre l’acqua calda.

Dai dirigenti della tv di stato, si apprende che la rissa non è servizio pubblico (!)
di Diego Di Giuseppe

E’ bastata una manciata di minuti. Neanche il tempo di aprire una discussione, in una “maledetta domenica”, così simile a tante altre giornate della nostra tv attuale. E’ bastata una fetta di una trasmissione per far partorire alle alte sfere RAI, la dura riflessione che “fare rissa non appartiene alla tv di qualità, che deve, invece, rendere un servizio al cittadino…”. Per qualcuno queste dichiarazioni, insieme alla temporanea sospensione della fascia iniziale del programma incriminato, hanno fatto scalpore e hanno finalmente sollevato una questione morale che l’Italia aspettava da tempo. Ma era davvero necessario arrivare a questo? La degenerazione del dibattito, avvenuta a Domenica In, non è stata altro che il prodotto di quasi 10 anni di televisione, concepita nella sua maniera più spicciola e meschina. Una televisione che ha generato fenomeni usa e getta, che ha abbassato drasticamente il livello di impegno culturale, con un conseguente impoverimento lessicale. Solo chi ha delle bistecche, fiorentine, davanti agli occhi, non si è accorto che ormai la nostra tv pullula di personaggi ambigui, messi quasi a caso, spesso addirittura vittime del fenomeno vampirizzante dell’auditel. Un po’ come accadeva nelle grandi fiere del passato: venivano mostrati individui strani o con qualche peculiarità, per attirare i passanti. Allora, tutto finiva alla conclusione della fiera stessa. Oggi la tv non fa che ripeterlo a rotazione. Risse, dibattiti generati su questioni meno che futili, assegnazioni di ruoli importanti a chi, forse, non riesce a capire neanche quel che gli succede intorno. Sono solo alcuni dei topoi che la televisione generalista attuale ci “regala” ogni giorno. Di chi è la colpa? Non certo e non solo dei protagonisti stessi e dei presentatori. Chi di voi si tirerebbe indietro se venisse pagato profumatamente per la sua bellezza e per la sua fisicità (vedi il “vecchio” Costantino)? Chi si curerebbe poi, se non riuscisse a fare molto altro, se non mostrarsi alle telecamere? Il vero problema non è di chi sta davanti all’obbiettivo, ma di chi gli permette di starci. I discorsi bigotti, fatti in questi giorni dai “capoccioni” RAI, dovevano essere fatti diversi anni fa. La corsa sfrenata al raggiungimento dei massimi ascolti, con i più svariati mezzi, su imitazione di un modello di tv commerciale, non dovrebbe appartenere alla tv pubblica. Per la RAI esiste uno statuto che in molte università fanno leggere agli studenti: è la Carta dei Servizi. In Viale Mazzini giace da tempo su qualche scaffale, con un paio di dita di polvere. Qualcuno farebbe bene a rispolverarlo…

 

L’invasione fredda.
di Diego Di Giuseppe. 

Pensare che fra poco più di due settimane il freddo inverno dovrà aprire le porte alla primavera sembra un vero e proprio paradosso. Ebbene si; nonostante la fine del periodo invernale, il tempo appare pressoché lo stesso. In molte parti d’Italia sono ancora all’ordine del giorno innevamenti e termometri al di sotto dello 0°. Non credo si sia mai visto un inverno così privo di giornate di sole e rialzi di temperature; almeno nelle zone più a sud dell’Italia, dove neve e colonnine del mercurio così basse erano un evento molto raro. Infatti, dopo lo stupore di numerosi telegiornali per i primi giorni di basse temperature, il fatto che il freddo persista anche alle soglie della primavera non suscita più quel grande scalpore. Nonostante ciò ancora numerosi restano i blocchi stradali e i disagi in gran parte del paese. Il malumore provocato dalla persistenza delle giornate di pioggia e di freddo è ancora profondamente radicato nelle persone, soprattutto in coloro che sono abituati a giornate di sole e a temperature meno rigide anche nel pieno dell’inverno. Si spera che l’arrivo della primavera possa ritenersi tale e che vi si trovi presto un riscontro meteorologico.    

 

Striscionismo e mezzi decreti.

La Roma degli striscioni di destra, tra populismo e facili condanne.
di Diego Di Giuseppe.
 

Ci risiamo. Altra domenica, altre aspre polemiche sugli striscioni con messaggi nazi/fasci/razzisti. Un malcostume che nell’Italia “pallonara” sta imperversando da diverso tempo, nonostante moniti dal governo e condanne pubbliche. Stavolta ad essersi fatta notare per il nobile gesto è stata la curva della Roma, che ha esposto uno striscione contro Lazio e Livorno, con richiami alle più turpi azioni della destra estrema. Precisione chirurgica se si pensa che la domenica in questione è stata proprio quella seguente la settimana di celebrazione del giorno della Memoria, per le vittime dell’olocausto. Ovviamente, chi ha pensato bene di esporre il messaggio, lo avrà certamente fatto con la precisa intenzione di colpire nel segno, proprio quando tutti condannavano certi episodi. Tre i punti da mettere in risalto. Il primo, relativo alle dichiarazioni del ministro Pisanu: “Siamo pronti a sospendere le partite”. Sembra che sia già stato detto un po’ di mesi fa, all’epoca del decreto che porta il nome del ministro stesso. La sua attuazione è spesso, quantomeno approssimativa.

Il secondo, la giustifica di tutto l’operato della questura di Roma e delle forze di polizia sulla vicenda. Ma gli striscioni non andavano esaminati prima dell’ingresso nelle curve? E, se fatti sul posto, non dovevano essere visionati dagli agenti posti a bordo campo ed eventualmente rimossi? Infine, dal ministro stesso è stato detto che l’episodio va, come al solito, circoscritto ad una “ristrettissima frangia di imbecilli, che infangano il nome di tanti onesti tifosi e della società”. E’ assolutamente vero, ma siamo sicuri che suddetta frangia sia davvero così “ristretta”? Molti degli striscioni esposti, sono lunghi 20/30 metri e sembra difficile che a mantenerli siano solo un paio di imbecilli. Non è così complicato leggerne il contenuto al momento del loro ingresso in curva: molti degli ultrà, potrebbero benissimo dissociarsi, allontanandosi da essi, o meglio, fischiare fragorosamente i loro “colleghi”. Le forze dell’ordine e i media, ci dicono che la tendenza delle tifoserie è pacifica e che quei gruppi di facinorosi vengono sempre condannati e isolati. La realtà dei fatti appare differente. Non servono decreti, assembramenti massicci di polizia e moniti carichi di stucchevole populismo. Almeno, non bastano da soli, se ciò che regna nei gruppi di ultrà è l’indifferenza verso episodi simili. E’ questa che va curata. Un vecchio adagio recita che “i panni sporchi si lavano in famiglia”: le tifoserie sono delle grandi famiglie, unite da un unico ideale sportivo. A loro il potere di farlo prevalere su ogni degenerazione.

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